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WhatsApp Italia: gli insulti ti potrebbero portare in tribunale

Le offese in una chat sono ingiuria o diffamazione? Una bella domanda e se l’è posta anche la Corte di Cassazione prima di esprimere un parere in merito. Una premessa: nulla nasce per caso, nemmeno la giurisprudenza scritta dagli ermellini. Anche in questo caso tutto ha inizio da un fattore scatenante, una storia piuttosto curiosa
WhatsApp Italia: gli insulti ti potrebbero portare in tribunale WhatsApp Italia: gli insulti ti potrebbero portare in tribunale

Le offese in una chat sono ingiuria o diffamazione?

Una bella domanda e se l’è posta anche la Corte di Cassazione prima di esprimere un parere in merito. Una premessa: nulla nasce per caso, nemmeno la giurisprudenza scritta dagli ermellini. Anche in questo caso tutto ha inizio da un fattore scatenante, una storia piuttosto curiosa che ha portato a fissare alcuni concetti di diritto nella storia degli scambi (offensivi) su WhatsApp.

Tutto ha inizio con una Lei, un Lui, un cucciolo di cane e una chat di WhatsApp che i due avevano in come insieme ad altre amiche. Lei regala un cucciolo di cane a Lui, Lui non può occuparsene per svariate ragione e lo restituisce a Lei, Lei invia messaggi dal contenuto fortemente offensivo nella chat. Scatta il dilemma amletico 4.0: ingiuria o diffamazione?

Il precedente in materia di mail offensive

La causa arriva all’attenzione della Corte: l’imputata spinge per l’ingiuria dal momento che, evidenze della chat alla mano, la persona cui ha rivolti gli insulti ha prontamente replicato alle offese. Per valutare il caso, gli ermellini hanno fatto ricorso ad un loro precedente in materia di mail offensive.

Allora si sostenevano quattro tesi: 1) un’offesa diretta ad una persona presente è sempre ingiuria, anche se sono presenti altri; 2) l’offesa ad una persona distante è ingiusta se avviene solo tra autore e destinatario; 3) se la comunicazione a distanza coinvolge terzi oltre il destinatario è diffamazione; 4) l’offesa ad una persona distante comunicata ad almeno altre due parti (presenti o meno) è sempre diffamazione.

Due gli elementi che hanno influenzato il giudizio: il concetto di “presenza” e la presa di coscienza “in differita” temporale.

Il concetto di "presenza" e la differita temporale

Infatti, da un lato e alla luce dei moderni strumenti di comunicazione, “presenza” può anche essere quella virtuale in una video call; dall’altro lato e alla luce del funzionamento dei servizi di messaggistica istantanea è possibile che ci siano scarti tra il momento in cui un messaggio viene inviato e il momento in cui viene ricevuto e letto o ascoltato.

Di conseguenza, spiega la Corte di Cassazione, bisogna valutare caso per caso: alla presenza di più parti collegate (offeso compreso) si incorre nell’ingiuria; alla presenza di più parti non contestualmente presenti (nemmeno da remoto) ricorrono i presupposti della diffamazione. Quindi, in breve, se l’offesa è contestuale e non differita si tratta di ingiuria; al contrario, se l’offesa perviene in differita si tratta di diffamazione.

E le prove? Come si dimostrano presenza contestuale ovvero ricezione in differita? Qualora non fossero disponibili tecnici precisi in merito ai collegamenti della persona offesa con il servizio di messaggistica istantanea, l’accertamento passerà attraverso la verifica di tempi e modi dell’invio dei messaggi e tempi e modi di riposta da parte della vittima.

In altre parole, da oggi anche WhatsApp può costituire scena di illeciti passibili di valutazione giudiziaria.

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