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Smart working in crescita nel post pandemia: resterà in 9 grandi aziende su 10

Superata la fase più critica della pandemia, nel 2021 diminuisce lo smart working. A marzo i lavoratori agili erano 5,37 milioni, a distanza di sei mesi il numero è sceso a 4,07. Non tutto è perduto però. Nel post pandemia si stimano 4,38 milioni di smart worker (in crescita dell’8%), con formule ibride. In media
Smart working in crescita nel post pandemia: resterà in 9 grandi aziende su 10 Smart working in crescita nel post pandemia: resterà in 9 grandi aziende su 10

Superata la fase più critica della pandemia, nel 2021 diminuisce lo smart working. A marzo i lavoratori agili erano 5,37 milioni, a distanza di sei mesi il numero è sceso a 4,07. Non tutto è perduto però. Nel post pandemia si stimano 4,38 milioni di smart worker (in crescita dell'8%), con formule ibride. In media tre giorni a settimana nelle grandi aziende, due nella pubblica amministrazione. Lo rivela l’ultima ricerca dell'Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano, presentata oggi durante il convegno “Rivoluzione Smart Working: un futuro da costruire adesso”.

La distanza tra grandi aziende e Pmi

“La pandemia ha accelerato l’evoluzione dei modelli di lavoro verso forme di organizzazione più flessibili e intelligenti e ha cambiato le aspettative di imprese e lavoratori, anche se emergono delle differenze fra organizzazioni che rischiano di rallentare questa rivoluzione” spiega Mariano Corso, Responsabile scientifico dell’Osservatorio. Da una parte infatti le grandi imprese sperimentano nuovi modelli di lavoro, alla ricerca di un equilibrio tra modalità in sede e a distanza. Dall’altra, tra piccole e medie imprese e PA, “si sta tornando prevalentemente al lavoro in presenza a causa della mancanza di cultura basata sul raggiungimento dei risultati. Un arretramento che si scontra con le aspettative dei lavoratori e gli obiettivi di digitalizzazione, sostenibilità e inclusività del nostro Paese”. Secondo la ricerca, infatti,

i benefici e le opportunità che derivano dallo smart working riguardano non solo le imprese e i lavoratori, ma anche l'ambiente e la società. Per le grandi imprese, la sua applicazione su larga scala favorisce l’inclusione delle persone che vivono lontano dalla sede di lavoro (81%), dei genitori (79%) e di chi si prende cura di anziani e disabili (63%).

La possibilità di lavorare in media 2,5 giorni a settimana da casa porta poi a risparmio di tempo e risorse per gli spostamenti: 123 ore l’anno e 1.450 euro in meno per ogni lavoratore che usa l’automobile per recarsi in ufficio.

In termini di sostenibilità ambientale, si potrebbero risparmiare fino a 1,8 milioni di tonnellate di CO2 ogni anno. “E occorre sottolineare che sono benefici che potrebbero quasi raddoppiare se si estendesse l’applicazione dello smart working ai livelli che i lavoratori desiderano e che la pandemia ha dimostrato essere già possibili con le tecnologie attuali” sottolinea Corso.

Lo smart working in numeri

A settembre 2021 si contano complessivamente 1,77 milioni di lavoratori agili nelle grandi imprese, 630mila nelle Pmi, 810mila nelle microimprese e 860mila nella PA. Progetti di smart working strutturati o informali sono presenti nell’81% delle grandi imprese (contro il 65% del 2019), nel 53% delle Pmi e nel 67% delle PA (contro il 23% pre-Covid). Dopo la pandemia, si prevede che saranno 4,38 milioni i lavoratori che opereranno almeno in parte da remoto (+8%). Lo smart working rimarrà o sarà introdotto nell’89% delle grandi aziende, nel 62% delle PA e nel 35% delle Pmi. Crescono i modelli di lavoro ibridi, in cui si alternano due giorni di lavoro in presenza e tre a distanza o viceversa. Fra le grandi imprese che hanno definito un progetto di smart working, il 40% afferma che il piano non era presente prima dell’emergenza e che è stata la pandemia l’occasione per introdurlo.

Benefici e svantaggi

La scelta di proseguire con lo smart working è motivata dai benefici riscontrati da lavoratori e aziende. L’equilibrio fra lavoro e vita privata è migliorato per la maggior parte di grandi imprese (89%), Pmi (55%) e PA (82%). L’aspetto ritenuto più negativo da tutte le organizzazioni è invece quello della comunicazione tra colleghi. In molti casi, la combinazione di lavoro forzato da remoto e pandemia ha avuto anche conseguenze negative sugli smart worker. È scesa dal 12% al 7% la percentuale di quelli pienamente “ingaggiati” (coinvolti, legati all’azienda e soddisfatti). Il 28% ha sofferto di

tecnostress, il 17% di overworking, dovuto all’elevata quantità di tempo dedicata alle attività lavorative a scapito dei momenti di riposo.

Nel complesso la valutazione dello smart working da parte dei lavoratori è positiva. Per il 39% è migliorato il proprio work-life balance. Il 38% si sente più efficiente nello svolgimento della propria mansione. Secondo il 32% è cresciuta la fiducia fra manager e collaboratori e per il 31% la comunicazione fra colleghi.

“Ora è necessario costruire il futuro del lavoro sul vero smart working” ha aggiunto Mariano Corso. “Che non è una misura emergenziale, ma uno strumento di modernizzazione che spinge a un ripensamento di processi e sistemi manageriali all’insegna della flessibilità e della meritocrazia, proponendo ai lavoratori una maggiore autonomia e responsabilizzazione sui risultati”.

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