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Qual è il lavoro che fa per me?

Le persone che hanno attraversato un percorso pieno di curve prima di trovare la propria strada sono la stragrande maggioranza. Il formatore Giulio Xhaët spiega come arrivare sani e salvi a destinazione. Partendo dai ragazzi.   Se quando ti chiedono “Cosa vuoi fare da grande?” non sai dare una risposta, niente paura: sei nella norma.
Qual è il lavoro che fa per me? Qual è il lavoro che fa per me?

Le persone che hanno attraversato un percorso pieno di curve prima di trovare la propria strada sono la stragrande maggioranza. Il formatore Giulio Xhaët spiega come arrivare sani e salvi a destinazione. Partendo dai ragazzi.

Se quando ti chiedono “Cosa vuoi fare da grande?” non sai dare una risposta, niente paura: sei nella norma. Anzi, la domanda non è da porre solo ai più giovani, ma può accompagnarci anche in una fase successiva della vita. Le persone che hanno attraversato un percorso lavorativo pieno di curve prima di trovare la loro strada sono la stragrande maggioranza. A suffragare questa tesi esistono diversi studi, tra cui quello intrapreso nel 2007 dal ricercatore di Harvard Todd Rose e dal neuroscienziato Ogi Ogas, che ha dato origine al libro Dark Horse (letteralmente, “il cavallo oscuro”, quello che nelle corse ippiche vince inaspettatamente). Da questa e da tante altre ricerche è partito Giulio Xhaët, partner della società di formazione e consulenza Newton, per scrivere il libro Da grande. Non è mai troppo tardi per capire chi vorresti diventare (Sonzogno). Millionaire gli ha rivolto alcune domande su come i ragazzi possono interrogarsi per capire le proprie inclinazioni.

Giulio Xhaët

Qual è il primo consiglio da dare ai più giovani?

«La tendenza di tanti ragazzi è quella di guardare sempre quello che stanno facendo i propri compagni, di confrontarsi. Gli altri sembrano sempre più bravi di noi, e questo è amplificato dai social, dove ognuno tende a dare la migliore immagine di sé. Il mio messaggio è: “Non sentitevi in svantaggio. Non paragonatevi agli altri ma a voi stessi come eravate prima, guardate a quello che avete fatto fino a quel momento”. Io stesso ne sono un esempio».

Perché?

«Volevo fare il musicista ma non ci sono riuscito, è stato il mio fallimento più grande. Ero fuori corso all’università, dove ho studiato Scienza della comunicazione, a quei tempi soprannominata “Scienza delle merendine”. Ho cominciato a lavorare a 29 anni, e ho dovuto ripartire da zero. Ho fatto uno stage, il mio primo lavoro è stato social media manager in un’agenzia di comunicazione. Oggi, a 42 anni, posso dire che tutte queste vicende mi sono servite».

Il tragitto tortuoso ci porta comunque a destinazione?

«Sì, e la contaminazione è importante. Anche se durante il nostro cammino abbiamo fatto cose diverse, se le abbiamo fatte con passione non sarà stata una perdita di tempo, ma un bagaglio di esperienze che ci potrà servire per il futuro. Quando ho iniziato a occuparmi di comunicazione digitale, ho applicato la modalità di comunicazione che usavo quando suonavo sul palco. In diverse grandi aziende esistono dei corsi su come declinare le proprie passioni per essere un professionista migliore. Anzi, è proprio la passione più lontana dal nostro lavoro attuale che ci rende unici». 

Come fare a trovare la propria inclinazione?

«Ho individuato un percorso che parte da una serie di domande che possono aiutarci a fare chiarezza e, nello stesso tempo, generare un’azione: “Qual è la cosa più preziosa che puoi offrire agli altri?”, “Qual è l’ultima volta in cui sei stato davvero felice?”. Le ho chiamate “domande generative”. Ma la domanda non basta, occorre scavare, attivare quella che io chiamo “la matrioska dei perché”: partendo dalla domanda generale, occorre chiedersi perché, e poi ancora perché... Solo in questo modo si arriva a trovare quello che abbiamo dentro, quell’elemento a cui magari fino a quel momento non avevamo prestato grande attenzione».

Chi può aiutarci quando attraversiamo periodi di disorientamento?

«Esistono tre “incubatori di stimoli”. I primi sono i mentori, persone che possano farci da guida e indicarci la strada. Può essere qualcuno a cui siamo in qualche modo legati e di cui ci fidiamo. Oppure persone autorevoli nel campo che ci interessa. Il vero mentore è colui che non solo ti ascolta, ma attiva il suo network per aiutarti. Poi i viaggi: non le “vacanze con gli amici”, ma quelli in cui abbandoniamo le abitudini quotidiane per incontrare persone che ragionano secondo punti di vista a noi ancora sconosciuti. Infine gli oggetti, per esempio i libri che cambiano la vita. Forniscono stimoli cognitivi: inducono alla riflessione e creano ambienti dove è possibile imparare attraverso l’immaginazione».

Diventare grandi: può accadere anche in tarda età?

«Questa espressione non dev’essere intesa in senso anagrafico. Quante persone saremo diventate prima di essere quello che vogliamo davvero? Ed è un tema di scottante attualità, perché con il Covid-19 i fenomeni di insoddisfazione sono venuti alla luce. Un dato su tutti: il 54% degli intervistati in una recente ricerca di LinkedIn sta considerando di cambiare lavoro nel 2023». 

Articolo pubblicato su Millionaire marzo 2023.

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