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«Il pomodoro? Lo lavoro in Toscana e punto sull'innovazione»

Pasquale Petti, 37 anni, è l’amministratore delegato di Petti e direttore generale dello stabilimento toscano Italian Food. La sua è un’azienda familiare, nata in provincia di Salerno, oggi alla quarta generazione. Una base, su cui ha fatto un salto di qualità. Com’è entrato in azienda? «Avevo 25 anni e tornavo da esperienze all’estero. Ho trovato
«Il pomodoro? Lo lavoro in Toscana e punto sull'innovazione» «Il pomodoro? Lo lavoro in Toscana e punto sull'innovazione»

Pasquale Petti, 37 anni, è l’amministratore delegato di Petti e direttore generale dello stabilimento toscano Italian Food. La sua è un’azienda familiare, nata in provincia di Salerno, oggi alla quarta generazione. Una base, su cui ha fatto un salto di qualità.

Com’è entrato in azienda?

«Avevo 25 anni e tornavo da esperienze all’estero. Ho trovato una realtà arretrata. Il cambio generazionale mi ha aiutato a fare cambiamenti. Con me, è iniziata la politica di marchio, lo studio del mercato. E la decisione di spostare la produzione dalla Campania in Toscana, nello stabilimento rilevato da Arrigoni, nel 1975. Fino ad allora, la produzione era destinata all’estero. Questo è il problema di tanti produttori italiani: la spersonalizzazione. Chi produce pomodoro per i supermercati ed è venduto con i loro marchi, lotta con la concorrenza e deve abbassare i margini. È la guerra del centesimo. Noi ci siamo tirati fuori. Ho usato il nostro marchio, storico. Abbiamo investito 25 miloni di euro negli ultimi 5 anni per potenziare il nostro stabilimento di Venturina Terme».

Perché?

«La Toscana è molto conosciuta all’estero. E ho puntato a una qualifica di origine geografica del mio prodotto, che è dolce, rosso, ricco di sali minerali. I campi sono irrigati con acque da pozzi artesiani. Il 30% della produzione è bio. Siamo i primi a proporre una passata di datterini bio».

Problemi?

«Il prodotto ci costa di più. Poi, è aumentata la richiesta di materia prima e dobbiamo trovarne, di qualità e in zona. Nel 2018 purtroppo la resa è stata bassa».

Come organizza le sue giornate?

«Da lunedì a venerdì, sto in Toscana. Il venerdì mi sposto a Milano, dove si trova il nostro ufficio commerciale. La famiglia è campana».

Su cosa punta?

«Sull’innovazione. Voglio portare nella Gdo il pomodoro toscano, lavorato a bassa temperatura. Questa lavorazione dà rese minori, ma un sapore più fresco. Abbiamo scelto il vetro e le etichette trasparenti. Il nostro motto è “Il pomodoro al centro”. A fine 2013 abbiamo investito per posizionare come premium il nostro brand».

La scelta vi ha premiato?

«Nel 2017 abbiamo lavorato 100mila tonnellate di pomodoro fresco, quest’anno abbiamo chiuso con un calo del 30% di materia prima lavorata. Impieghiamo 100 persone fisse e 250 stagionali a pieno regime. La previsione fatturato del 2018 è 60 milioni, con una crescita del 123% rispetto al 2013, anno in cui è stata lanciata la linea a marchio Petti. Cresciamo tra il 20 e 25% ogni mese. I consumatori vogliono prodotti nuovi e marchi conosciuti. Origine geografica tipica, lavorazione e confezione personalizzata fanno di noi la novità».

INFO: www.ilpomodoropetti.com

Tratto dall’articolo “Come te la passi?” pubblicato su Millionaire di novembre 2018. Per acquistare l’arretrato scrivi a abbonamenti@ieoinf.it

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