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Maradona, Napoli e un immenso “malgrado tutto”

Maradona il collante, il simbolo come San Gennaro e Troisi. Il riscatto per Napoli e il Sud. Ecco perché noi napoletani lo amiamo tanto. Lo amiamo tutti. “E mica sei Maradona”. Quando penso a Maradona mi viene in mente subito questa frase. Ce la dicevamo tra di noi, ragazzini, negli anni Ottanta, quando sui campetti
Maradona, Napoli e un immenso “malgrado tutto” Maradona, Napoli e un immenso “malgrado tutto”

Maradona il collante, il simbolo come San Gennaro e Troisi. Il riscatto per Napoli e il Sud. Ecco perché noi napoletani lo amiamo tanto. Lo amiamo tutti.

“E mica sei Maradona”. Quando penso a Maradona mi viene in mente subito questa frase. Ce la dicevamo tra di noi, ragazzini, negli anni Ottanta, quando sui campetti di cemento provavamo ad emulare le gesta del solo calciatore sul quale convergeva l’amore di tutti, Diego Armando Maradona. “E mica sei Maradona” aveva, e ha anche oggi, due livelli di lettura. La usavamo come rimprovero verso il compagno di partitella che non la passava mai. E poi c’è un altro livello più profondo che vive nella dimensione dei sogni e dell’impossibilità di realizzarli, come invece, Maradona, era riuscito a fare.

Per noi ragazzini, che vivevamo in quartieri non tanto dissimili dal Barrio di Lanús nel quale Diego dava i primi calci a un pallone, Maradona rappresentava la speranza di chi, non nato con la camicia, poteva con talento, determinazione, e un pizzico di furbizia, garantire un futuro migliore per sé e per la sua famiglia. Allora, avremmo voluto essere tutti almeno un giorno Maradona, prendendo il posto per un attimo di quel ragazzino di 16 anni che in una famosissima ormai intervista raccontava il suo sogno di vincere un Mondiale, traguardo che poi avrebbe così incredibilmente raggiunto in età adulta.

La gioia che univa tutti

Maradona, nel cuore di ogni napoletano, è una serie di foto negli album di famiglia. La data è il 29 aprile 1990, quando la squadra del Napoli, ma per estensione, tutta la città, vinceva il suo secondo scudetto. Avevo otto anni allora. Eravamo i campioni d’Italia, e potevamo sentirci finalmente vincenti, riscattando l’immagine di una città che, nella cronache e nel racconto che ne veniva fatto, di vincente aveva ben poco. In un film di Sean Penn che amo particolarmente, Into the Wild, il protagonista comprende che la “felicità esiste solo se condivisa”. Quella gioia che sprizzava da ogni angolo della città univa tutti, classe dirigente, imprenditori, operai, in uno spirito comune di riscatto. E a unire poli così distanti, mondi la cui spaccatura aveva un peso specifico nei problemi della città, ci era riuscito un ragazzo che aveva sfidato il mondo dei potenti del calcio e aveva vinto. In una Napoli su cui pochi avrebbero scommesso.

Sei e non sarai altro che lotta

“È fantastico ripercorrere il passato quando vieni dal basso e sai che tutto quello che sei stato, che sei e che sarai non è altro che lotta”. Sono parole che spiegano quanto è saldo il cordone ombelicale che lega Maradona a Napoli. Una città, la mia, del cui grande spirito è stato detto tutto e il contrario di tutto, ma spesso viene taciuta la prodigiosa capacità di combattere contro nemici esterni che la infangano, e anche contro i suoi demoni.

Napoli e Maradona sono entrambi un immenso “malgrado tutto”. Riuscire a vivere, a diventare campioni, metter su famiglia, affermarsi, malgrado tutti gli intralci che sono disseminati lungo i vicoli della città. La famosa “arte di arrangiarsi”, interpretata a torto come capacità di adattarsi, è invece la voglia di plasmare la realtà, per renderla più a misura d’uomo. E la misura dell’uomo, il fine che giustifica ogni sua azione è proprio il raggiungimento di un sogno, una capacità in cui Maradona è stato maestro.

Diego è ovunque, sui murales, in un altarino per strada, come in una foto o su una maglietta incorniciata in un bar. Diego è talmente tante cose insieme che alcune escono fuori solo a suon di lacrime.

di Giancarlo Donadio

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