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Kilo Shop: si inventano un negozio che vende abiti a chilo

Un negozio di abbigliamento che vende prodotti a chilo, come un fruttivendolo o una salumeria. È l’idea di business di due amici napoletani, Mariano Marigliano, 36 anni, e Alessandro Arcopinto, 40 anni: «Lavoravo alla Fnac a Roma, poi l’azienda ha chiuso e sono stato messo in mobilità. Allora ho avuto il desiderio di mettermi in
Kilo Shop: si inventano un negozio che vende abiti a chilo Kilo Shop: si inventano un negozio che vende abiti a chilo

Un negozio di abbigliamento che vende prodotti a chilo, come un fruttivendolo o una salumeria. È l’idea di business di due amici napoletani, Mariano Marigliano, 36 anni, e Alessandro Arcopinto, 40 anni: «Lavoravo alla Fnac a Roma, poi l’azienda ha chiuso e sono stato messo in mobilità. Allora ho avuto il desiderio di mettermi in proprio, ho contattato Alessandro che gestiva un centro benessere. Ci siamo incontrati e abbiamo ragionato su cosa puntare. Sapevamo che esistevano dei kilo shop di abbigliamento intorno al mondo (Parigi, Berlino, Atene, Amsterdam, Tokyo). Ci siamo messi in viaggio, siamo andati a visitare quelli presenti in Europa. L’idea ci ha convinto. Alessandro ha ceduto il negozio e io ho investito la mia mobilità».

In totale spendono una cifra ai 20mila euro per rifornirsi della merce per iniziare, affittano un negozio di 120 mq. Aprono l’attività nove mesi dopo l’idea.

Come funziona un Kilo Shop?  «Il cliente entra e può acquistare capi vintage (nuovi o usati). Paga la merce a chilo (partiamo da 19 euro al chilo). Ci sono bilance, quella usata comunemente in una salumeria, al supermercato, dove pesa gli abiti. Trova sia capi nuovi che usati. Il risparmio è notevole, soprattutto sui capi firmati. Da noi paga un trench Burberry usato intorno ai 40 euro, altrove pagherebbe 600 euro. La merce la compriamo in mercati in giro per l’Europa (Germania, Francia, Svizzera…), si tratta perlopiù di merce invenduta, si può comprare a chilo o a pezzo. Ogni settimana acquistiamo 20 quintali di merce».

Come si presenta il negozio? «Abbiamo preso a noleggio un negozio in una zona centrale (via Chiaia a Napoli, ndr). Abbiamo risparmiato molto sull’arredamento, rifornendoci ai mercatini delle pulci, puntando sul riciclaggio dei materiali: lampadario fatto di lattine di Coca Cola, un vecchio semaforo, vecchie bilance, e quattro bilance professionali per pesare l’arredamento. Vogliamo riprodurre l’ambiente del mercatino, un rapporto più diretto e simpatico con il cliente, rispetto a una boutique».

È un business che piace? «È presto per fare un bilancio. Siamo aperti da un mese e mezzo, ma la reazione del pubblico ci ha sorpreso. Viene gente anche da fuori città, è scattato un passaparola naturale. I mezzi di informazione locale (radio, giornali) si sono incuriositi e ci hanno fatto pubblicità. È una cosa curiosa e questo attira molti clienti».

Maggiori difficoltà? «Far capire alla gente ciò che facciamo. Quando si fanno cose innovative si corrono sempre questi rischi. Noi cerchiamo di superarli paragonandoci a una salumeria o a un fruttivendolo. E poi superare l’idea che l’usato non sia di qualità. I nostri capi vengono rigenerati, igienizzati, stirati, diventano nuovi. Il pubblico italiano è più esigente sull’abbigliamento, rispetto agli europei. Bisogna considerare anche quest’aspetto».

Progetti per il futuro? «Siamo in trattativa con negozianti che ci hanno chiesto di usare il marchio. Stiamo pensando di lanciare un franchising».

INFO: https://www.facebook.com/kiloshopnapoli

Giancarlo Donadio

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