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«È tempo di diventare quello che vogliamo essere»

«Ci sentiamo al top della fatica, stanchi, delusi, ne abbiamo passate tante e siamo di nuovo alla casella del via, preoccupati per i nostri figli, per questo tempo sospeso che si prolunga. Però siamo diventati più competenti, sappiamo cosa abbiamo di fronte, abbiamo un progetto a breve, medio termine. Dobbiamo essere capitani coraggiosi, in famiglia».
«È tempo di diventare quello che vogliamo essere» «È tempo di diventare quello che vogliamo essere»

«Ci sentiamo al top della fatica, stanchi, delusi, ne abbiamo passate tante e siamo di nuovo alla casella del via, preoccupati per i nostri figli, per questo tempo sospeso che si prolunga. Però siamo diventati più competenti, sappiamo cosa abbiamo di fronte, abbiamo un progetto a breve, medio termine. Dobbiamo essere capitani coraggiosi, in famiglia». Alberto Pellai, medico, psicoterapeuta e ricercatore del Dipartimento. Scienze Biomediche dell’Università degli Studi di Milano, cura persone e famiglie anche coi suoi libri. Il Covid gli ha ispirato Mentre la tempesta colpiva forte e La vita s’impara. 50 meditazioni per una vita nuova (De Agostini).

E nella vita d’impresa?

«Ci sono aziende che si sono rafforzate, quelle che si muovono sui canali digitali. Altre galleggiano, con fortissima riduzione di profitti: devono tenere duro, perché poi ci sarà l’impennata e la risalita. Poi ci sono quelle che non ce la fanno. C’è il rischio depressione, la disperazione, la paura di dover cambiare il proprio progetto di vita, il senso di iper-responsabilità. Una via è il sostegno di un gruppo di auto-mutuo aiuto, magari nella propria associazione di categoria e della famiglia, persone di riferimento nella vita privata. Non rimanete soli».

Come cambieremo?

«Uscendo dalla comfort zone, possiamo acquisire nuove competenze e imparare la flessibilità. Si è visto con il lavoro in remoto. Non torneremo più indietro, proseguiremo sviluppando funzioni e prestazioni, senza diminuire la nostra efficienza. La flessibilità nel lavoro era già possibile in moltissime organizzazioni, ma il Covid ne ha forzato l’attuazione. Resta la mancanza di socializzazione, che dava il posto di lavoro: ognuno di noi potrà socializzare extra lavoro nel suo territorio (quartiere ecc.), dedicarsi a parti di sé trascurate, per esempio l’attività motoria e sportiva. Il rischio? Il ritiro sociale dalla realtà, la virtualizzazione dell’esistenza (vedi

hikikomori), l’alienazione da stessi».

Tre spunti per riflettere?

«1. È tempo di individuazione, non di individualismo. Ci siamo trovati ad abitare le vite che ci siamo costruiti. Nelle trasformazioni profonde portate dal Covid, la resilienza ci dà l’opportunità di reagire. Ora abbiamo il tempo e nuove risorse per farlo. Individuiamoci. Diventiamo quello che vogliamo essere.

2. Guardiamoci dentro. Se nella tempesta siamo rimasti sani, compatti e resilienti, abbiamo fatto ricorso a nostre risorse interiori. Non lo possiamo fare nella frenesia, ma nel tempo sospeso sì. Lavoriamo sulle parti mancanti, riscopriamo quelle inedite. Che cosa e chi ci è davvero mancato e ci serve nel nostro progetto di vita?

3. Sono le relazioni che ci fanno sopravvivere, perché appagano i nostri bisogni più profondi. Chiediamo chi è davvero per me l’altro, quello che mi aiuta a costruire la dimensione del noi».

Tratto dall’articolo “Il mondo d.C. (dopo il Covid)” pubblicato su Millionaire di dicembre-gennaio 2021. 

L'apertura dell'articolo pubblicato su Millionaire di dicembre-gennaio 2021.

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