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"Dalle microplastiche creo un isolante per gli edifici"

Raccoglie le microplastiche dai mari, le unisce all’alginato, un biopolimero ricavato dall’alga rossa (utilizzato anche come gelificante per la cioccolata calda) e, con un procedimento brevettato, produce un isolante termico e acustico per edifici. Sembra una spugna, come quelle per lavare i piatti. Un prodotto “sostenibile”, che potrebbe spingere a raccogliere e riutilizzare i miliardi
"Dalle microplastiche creo un isolante per gli edifici" "Dalle microplastiche creo un isolante per gli edifici"

Raccoglie le microplastiche dai mari, le unisce all’alginato, un biopolimero ricavato dall’alga rossa (utilizzato anche come gelificante per la cioccolata calda) e, con un procedimento brevettato, produce un isolante termico e acustico per edifici. Sembra una spugna, come quelle per lavare i piatti. Un prodotto “sostenibile”, che potrebbe spingere a raccogliere e riutilizzare i miliardi di microplastiche che giacciono nei nostri mari. Ma non ha ancora trovato un produttore. Lui è Marco Caniato, 40 anni, ricercatore della Facoltà di Scienze e Tecnologie presso la Libera Università di Bolzano, esperto in Ingegneria dei materiali.

Che cosa sono le microplastiche?

«Sono piccoli pezzi di plastica, di dimensione inferiore a 5 mm, che inquinano i nostri mari, laghi ma anche le acque di falda. Arrivano nel mare dalle lavatrici delle case, quando laviamo i capi sintetici, dall’uso di creme di bellezza e profumi. Ma anche dalle mareggiate o dalle tempeste che scoperchiano i cestini dei rifiuti urbani. Plastiche che si spezzano in pezzi sempre più piccoli e impiegano migliaia di anni a decomporsi. Entrano nella catena alimentare, le troviamo nei pesci, cozze, vongole».

Come vengono raccolte?

«Al momento per lo più a mano, anche se c’è un progetto europeo, NET4mPLASTIC, che sta sviluppando metodi innovativi per il loro rilevamento e recupero, per esempio con i droni. Altri strumenti per la raccolta delle microplastiche sono le mante, grandi reti con grani di 500 micron (0,5 mm) o inferiori, e i Seabin (inventati dai surfisti australiani Ceglinski e Turton, enormi secchi con tecnologia in grado di filtrare le microplastiche, in grado di catturarne 500 kg all’anno)».

Come è nata l’idea di creare questo isolante?

«Casualmente, quando lavoravo all’Università di Trieste. Un’azienda del settore automotive mi aveva lanciato la sfida di riciclare la fibra di carbonio, io avevo creato questa specie di “poltiglia” che unisce le microplastiche con l’alginato. Ma non riuscivo ad andare avanti. Nel frattempo vengo a sapere che un altro ricercatore, Andrea Travan, stava utilizzando questo stesso polimero per scopi completamente diversi e anche lui non riusciva a venirne a capo. Ci siamo messi insieme e in due anni e mezzo abbiamo creato questo materiale».

Ha un mercato?

«Questo è il tasto dolente. Ho incontrato finora moltissimi imprenditori, ho il brevetto da 5 anni, ma nessuno sembra intenzionato a produrre questo materiale. Mi dicono tutti: “Dammi il prodotto finito”. Ma io sono un ricercatore e lavoro in laboratorio, come posso produrre un bene su scala industriale?».

Che beneficio apporta all’ambiente il suo isolante?

«Uno dei problemi legati al riciclo della plastica è che i vari tipi di plastica sul mercato si riciclano solo tra di loro: il Pet con il Pet, il polistirolo con il polistirolo… io invece riciclo tutto insieme. E il risultato è un prodotto che può essere utilizzato nell’edilizia in sostituzione di altri meno sostenibili».

Tratto dall’articolo “Non buttare quella plastica (fanne un business)” pubblicato su Millionaire di febbraio 2022.

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