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Da centralinista a imprenditrice. Gabriella Nobile: «Fare bene non basta, bisogna essere pragmatiche»

«Il mio lavoro? Risolvere i problemi!». Attitudine non da poco quella dell’imprenditrice Gabriella Nobile. Origini tarantine, un’esperienza negli Usa che ha reso il suo inglese fluent. Un inizio casuale («In uno studio fotografico assumevano una centralinista che sapesse bene l’inglese»). Gabriella cercava un impiego con cui mantenersi agli studi, ma quello offerto dallo studio fotografico
Da centralinista a imprenditrice. Gabriella Nobile: «Fare bene non basta, bisogna essere pragmatiche» Da centralinista a imprenditrice. Gabriella Nobile: «Fare bene non basta, bisogna essere pragmatiche»

«Il mio lavoro? Risolvere i problemi!». Attitudine non da poco quella dell’imprenditrice Gabriella Nobile. Origini tarantine, un’esperienza negli Usa che ha reso il suo inglese fluent. Un inizio casuale («In uno studio fotografico assumevano una centralinista che sapesse bene l’inglese»). Gabriella cercava un impiego con cui mantenersi agli studi, ma quello offerto dallo studio fotografico di Fabrizio Ferri si è rivelato molto di più. «Una folgorazione. Da centralinista, sono diventata assistente al direttore degli studi. E, in brevissimo, direttore degli studi».

Essere donna è stato un limite o un plus?

«Da Ferri, salvo che nelle posizioni apicali, eravamo tutte donne. Dopo aver fatto esperienza, ho aperto la mia agenzia (www.nobileagency.it), con cui rappresento artisti e fotografi famosi del calibro di Vincent Peters. A quel punto, però, il mio essere donna nell’ambito della moda e della pubblicità non era sempre ben accolto. Al punto che, in un certo momento, in qualità di frontman, ho dovuto assumere un uomo. La verità è che, per ottenere gli stessi risultati degli uomini, le donne devono lavorare molto di più». Gli affari vanno bene. «La mia qualità principale? Saper organizzare, mettere le persone giuste al posto giusto, unire i cervelli. Me lo dice anche l’immunologa Antonella Viola, mia compagna delle medie, tarantina come me, di cui ora sono agente. Fin da ragazza, io volevo organizzare la vita di tutti» racconta l'imprenditrice. In parallelo con la vita professionale, procede anche quella personale. Gabriella e il marito adottano Fabien, nato in Congo, e Amélie, di origine etiope. A un certo punto, nel 2018, alla terza volta in cui il figlio viene insultato in autobus da un adulto per il colore della sua pelle, Gabriella scrive su Facebook una lettera aperta a Matteo Salvini, denunciando l’accaduto. «Pensavo l’avrebbero letta solo i miei “15 amici ” e invece è diventata virale. Si è scatenato l’inferno. Mi hanno intervistato anche dall’estero. Ma, soprattutto, ho ricevuto un sacco di messaggi da parte di famiglie che vivevano situazioni simili. Storie anche da pelle d’oca. Mi sono chiesta: “Posso fare finta di niente?”». La risposta è no. Gabriella mette il suo pragmatismo e le sue capacità al servizio di una battaglia civile. Quella dei figli di colore e delle loro mamme. Nasce così la Ong Mamme per la pelle (www.mammeperlapelle.it). «Portiamo avanti iniziative concrete, come uno sportello psicologico e legale sempre aperto. Andiamo nelle scuole. Abbiamo organizzato una mostra fotografica che sta girando l’Italia, perché sono convinta che anche la bellezza possa aiutarci a veicolare i nostri principi. I buoni contenuti sono importanti, ma è altrettanto importante comunicarli bene» spiega l'imprenditrice. Iniziative più recenti sono il libro

Coprimi le spalle. Quando lo scontro diventa incontro (Chiarelettere) e un corso che fa incontrare e confrontare giovani di colore e Forze dell’ordine.

«Sono una persona normale, non ho amicizie potenti. Ma sono una che non si ferma. Punta in alto. Ho chiamato Gherardo Colombo. Ho ottenuto un appuntamento con il ministro degli Interni Luciana Lamorgese. Come dico sempre “Male che vada, mi dicono di no”».

La sua ricetta per ottenere ciò che a cui è arrivata finora?

«Fatica, passione, continua ricerca di nuovi stimoli. A mia figlia, che in quanto donna e di colore, affronta una doppia difficoltà, dico di non fermarsi ai primi problemi pensando siano insormontabili. Si avanza un gradino alla volta. Possibilmente facendosi aiutare. Io sono fortunata, con mio marito avanziamo mano nella mano da 25 anni».

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