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Covid-19, un algoritmo potrebbe riconoscere i positivi dalla voce. Il brevetto di un italiano

Un algoritmo, messo a punto all’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, è in grado di riconoscere alcune patologie, come il Parkinson, analizzando la voce dei pazienti. I ricercatori lo stanno testando sui positivi al Coronavirus con risultati promettenti. La voce può dirci molto sulla condizione di salute di una persona. Per questo motivo, l’ingegnere
Covid-19, un algoritmo potrebbe riconoscere i positivi dalla voce. Il brevetto di un italiano Covid-19, un algoritmo potrebbe riconoscere i positivi dalla voce. Il brevetto di un italiano

Un algoritmo, messo a punto all’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, è in grado di riconoscere alcune patologie, come il Parkinson, analizzando la voce dei pazienti. I ricercatori lo stanno testando sui positivi al Coronavirus con risultati promettenti.

La voce può dirci molto sulla condizione di salute di una persona. Per questo motivo, l’ingegnere Giovanni Saggio, professore all’università Tor Vergata di Roma, insieme a un collega indiano, nel 2014 ha brevettato un algoritmo che è in grado di riconoscere alcune patologie, come Parkinson e tubercolosi, dall’analisi della voce. Si chiama VoiceWise. I ricercatori lo hanno subito impiegato con il Coronavirus, campionando soggetti sani, positivi e guariti, affinché l’algoritmo impari a riconoscere chi è affetto da Covid-19 con una maggiore precisione.

Ci sono prove scientifiche che funzioni?

«L’emissione della voce (comprendendo parlato, tosse, respiro) dipende dalla coordinazione di molti sistemi (laringe, trachea, polmoni, faringe, cavità risonanziali), a loro volta influenzati da condizioni di contorno (temperatura, vasodilatazione, idratazione) e supervisionati dall’attività celebrale. Qualunque cambiamento può riflettersi sul prodotto vocale finale. È stato dimostrato che, impiegando opportuni algoritmi, è possibile estrarre e analizzare oltre 6300 parametri. Di questi alcuni sono legati allo stato patologico della persona, non possono essere modificati intenzionalmente da chi parla. La loro alterazione quindi è in grado di identificare patologie e di distinguere i soggetti malati dai sani. Le potenzialità dell’analisi vocale mediante intelligenza artificiale sono state verificate per patologie cardiovascolari, per il diabete mellito, la sindrome di Sjögren, la sclerosi multipla, la sindrome di Down e la tubercolosi».

Quali sono i vantaggi?

«L’analisi vocale permette di avere diagnosi non invasive e non dolorose. Grazie al tele-monitoraggio dà la possibilità di analisi quotidiane. E consente un notevole risparmio anche per il servizio sanitario: non ci sono costi hardware, è sufficiente utilizzare lo smartphone del paziente».

Funzionerà anche per la diagnosi del Covid-19?

«Collaborando con il dott. Marco Benazzo e il suo staff dell’Ospedale di Pavia, abbiamo visto che il nostro sistema è in grado di determinare la presenza o meno di Covid-19 con un’accuratezza al 90% (l’articolo scientifico è in fase di scrittura). Chi vorrà sottoporsi al nostro test potrà farlo tramite una web app. E presto lanceremo anche un’app mobile».

Quali sono i tempi?

«Il sistema è già stato testato per poter stabilire che funziona. Ma per farlo diventare un presidio medico la strada è lunga. Ci vorranno mesi. Intanto VoiceWise può essere un’‘allerta’ della possibilità di essere affetto da una delle patologie già indagate in Italia (Parkinson, disfonia, disfagia, Covid-19). Ma la vera e propria diagnosi spetta solo al medico».

VoiceWise non è la sua prima “invenzione”...

«La mia passione è la ricerca. Negli anni, con il mio team, ho ideato e sviluppato varie applicazioni utili nella medicina, nello sport e nel sociale. Per esempio, un guanto dotato di sensori che misura i movimenti delle articolazioni delle dita. Può essere utilizzato per valutare il recupero di chi ha subito un’operazione, per la traduzione automatica del linguaggio dei sordomuti, per aiutare gli astronauti nelle loro attività extra-veicolari o per suonare un pianoforte virtuale. Dopo il guanto, ho creato un berretto che aiuta le persone disabili e quella sensoristica indossabile che è diventata un prodotto commerciale grazie a Captiks, utilizzata soprattutto in campo sportivo».

Cosa insegna la sua storia?

«Sappiamo bene che la ricerca in Italia non paga, e che in molti preferiscono fare carriera all’estero. Ma c’è chi sceglie di rimanere, lottare contro la burocrazia, inventare e mettere in pratica nuove idee. Supportare la ricerca italiana e valorizzarne i risultati conviene a tutti».

di Antonio Piazzolla

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