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BREXIT: E GLI ITALIANI CHE FARANNO?

Paure e dubbi degli italiani, alle soglie del referendum nel Regno unito. Ma lì si trovano gli investitori Remain our Leave: resti o lasci? Gli inglesi dovranno scegliere, il 23 giugno, se rimanere nell’Unione Europea o lasciarla. La Brexit, la spinta all’uscita della Gran Bretagna dall’Ue, preoccupa fortemente i 600mila italiani che vivono nel Regno
BREXIT: E GLI ITALIANI CHE FARANNO? BREXIT: E GLI ITALIANI CHE FARANNO?

Paure e dubbi degli italiani, alle soglie del referendum nel Regno unito. Ma lì si trovano gli investitori

Remain our Leave: resti o lasci? Gli inglesi dovranno scegliere, il 23 giugno, se rimanere nell’Unione Europea o lasciarla. La Brexit, la spinta all’uscita della Gran Bretagna dall’Ue, preoccupa fortemente i 600mila italiani che vivono nel Regno unito, principalmente a Londra. Tra loro anche vip, come Gialuca Vialli e Gianna Nannini, ex ministri dell’economia (Grilli e Siniscalco), il direttore della National Gallery Gabriele Finaldi, il curatore della Tate Modern Andrea Lissoni, Riccardo Zacconi, l’inventore di Candy Crush… Per loro, non ci saranno problemi.

Le preoccupazioni di chi lavora

«Noi siamo ospiti. Potremo restare?»: è il dubbio espresso al Corriere della Sera da Lorenzo Antinori, 29 anni, barman, uno dei tanti lavoratori a Londra che oggi temono per il loro futuro. Accanto ai dipendenti, ci sono centinaia di impiegati nell’ambito finanziario e startupper che hanno trovato a Londra sedi, sviluppo, investitori. «Le società sono attente a trattenere i talenti. Riconoscono potere anche ai giovanissimi. Nella finanza gli italiani sono i più svelti a comprare e vendere, funzioniamo meno a raccogliere soldi» racconta Giovanni Sanfelice, 39 anni, presidente del business club degli italiani a Londra. «Qui il capitale non viene chiuso in cassaforte, diventa merce di scambio e strumento di crescita».

Londra, costi alti e tante chance

Si stima che nel secondo semestre del 2015 a Londra siano stati creati 10mila posti di lavoro grazie alle startup attive sul posto: la capitale britannica si riconferma come il centro europeo più importante dal punto di vista tecnologico. Non a caso, nel 2014 all'ombra del Big Ben si sono trasferiti la metà degli italiani "fuggiti" all'estero, cioè circa 45mila persone.

Mario Bucolo, startupper a Londra

«A Londra si contano quasi 10mila startup: emergere è difficilissimo. Ma in 3 mesi è possibile raggiungere risultati che a Catania non avrei concretizzato nemmeno in un anno» conferma Mario Bucolo, 48 anni, catanese che dal novembre 2014 si è trasferito nella capitale britannica per sviluppare PhotoSpotLand.com. La sua app consente di mappare i luoghi a partire dalle foto degli utenti-viaggiatori: si ottiene così un database che può essere monetizzato da iniziative di marketing turistico. Fondata nel marzo 2014, oggi PhotoSpotLand conta su un team di 7 persone, cresce a un ritmo del 300% al mese e ha collezionato partner del calibro di VisitLondon.com, guida ufficiale della città di Londra, il colosso della fotografia Canon e il servizio di auto provato Uber.

Qui la sua intervista rilasciata a Maria Spezia e pubblicata su Millionaire nel febbraio 2016:

Perché trasferirisi a Londra?

«Le maggiori città al mondo per il business turistico sono Londra e New York, ma negli Usa ci sono fortissimi problemi nell'ottenere il visto di soggiorno. E qui gli investitori preferiscono supportare aziende con una sede in loco anziché avventurarsi nella burocrazia e nell'economia italiane. Inoltre, in un'ottica di ampliamento aziendale, la legge consente di aumentare il numero di azioni cedibili senza l'intervento del notaio».

Quale la vostra esperienza sul posto?

«Ottima: in meno di tre mesi siamo stati accolti nel Google Launchpad Program (https://developers.google.com/startups), piano di supporto a più livelli per le startup. Inoltre siamo stati accolti nel programma di incubazione TravelTech Lab (www.traveltechlab.london) e ottenuto i finanziamenti del venture capitalist i2i by The Family Officer Group (www.thefamilyofficer.com)».

Difficoltà incontrate?

«Il costo della vita. L'affitto di una scrivania in coworking costa 480 euro al mese. Anche il costo della vita è carissimo (2.200 euro circa l'affitto medio di un appartamento in centro, Ndr.). A volte i funzionari governativi non vedono di buon occhio gli italiani, che spesso si dimostrano "creativi" verso le procedure burocratiche».

Ci sono molti investitori sul posto?

«Circa una quarantina tra venture capitalist e business angel, tutti molto attivi e specializzati in ambiti specifici: rispetto a quelli italiani fanno perdere meno tempo perché danno risposte con rapidità. Purtroppo, essendoci così tante startup, farsi notare è difficile. Devo però sottolineare che le istituzioni italiane presenti in città, dall'Ice alla Camera di commercio fino all'ambasciata, ci hanno aiutato tantissimo con le "introduction", cioè nel farci conoscere interlocutori importanti, dandoci un aiuto enorme».

Altri vantaggi della capitale inglese?

«Gli spazi di coworking sono numerosissimi e si fanno concorrenza a colpi di servizi offerti, dagli eventi alle Pr. Le competition sono molto frequenti e ogni giorno ci sono incontri e seminari, al punto di avere l'imbarazzo della scelta. Ma soprattutto, qui se vali e ti dai da fare ce la fai. Io mi sono pentito di non essere venuto prima. Certo, è bene valutare il proprio settore di attività per individuare la città migliore in cui insediarsi. Chi fa moda, per esempio, potrebbe trovare terreno fertile a Milano... Però qui, poco tempo fa, una startup che disegna scarpe ha ottenuto finanziamenti per 2 milioni di euro».

Un consiglio per chi volesse trasferirsi

«Le introduction sono importantissime e le startup sono disponibili a mettere a disposizioni le proprie conoscenze ad altri, però lo fanno con molta cautela, perché segnalare un progetto poco valido si traduce in un autogol. Tutto è basato su una logica meritocratica, ma mancano le Pr: sul posto è necessario sviluppare una rete di conoscenze quanto più ampia possibile».

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