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A volte paga aspettare: Uber ci insegna

L’app di servizi di trasporto privato è passata dalle perdite ai primi utili 25 miliardi di dollari è più o meno l’ammontare delle perdite complessive cui è andata incontro Uber sin dalla sua fondazione nel 2009. In tredici anni, la tech company della Silicon Valley ha registrato una mostruosa crescita a livello globale, causando panico
A volte paga aspettare: Uber ci insegna A volte paga aspettare: Uber ci insegna

L'app di servizi di trasporto privato è passata dalle perdite ai primi utili

25 miliardi di dollari è più o meno l’ammontare delle perdite complessive cui è andata incontro Uber sin dalla sua fondazione nel 2009. In tredici anni, la tech company della Silicon Valley ha registrato una mostruosa crescita a livello globale, causando panico e notti insonni ai tassisti di tutto il mondo, ma non è mai stata in grado di registrare un flusso di cassa con segno positivo.

Ora, il vento sembra aver cambiato direzione: nell’ultimo trimestre (chiuso a fine giugno) Uber ha riportato per la prima volta da sempre un bilancio con segno positivo. Una vera e propria sorpresa anche per gli analisti di Standard Poor’s che avevano (sotto)stimato le entrate ad un massimo storico di +109 milioni di dollari.

E invece, con un’entrata di circa 382 milioni di dollari, Uber diventa a tutti gli effetti una compagnia in grado di generare profitto. Grande, infatti, la soddisfazione di Nelson Chai, CFO della compagnia, il quale esulta: “Questo fatto segna una nuova fase per Uber, un futuro di crescita autofinanziata sulla base di oculate allocazioni di denaro, con l’obiettivo di massimizzare sempre i profitti a lungo termini per i nostri investitori”.

Un primato sopra le aspettative

La notizia degli utili in positivo si è rivelata un toccasana anche per le Borse: La compagnia ha registrato un +19% di valore sul suo titolo. Come ha avuto modo di commentare Youssef Squali, un analista finanziario: “È l’unica cosa che tutti gli investitori stavano aspettando: che l’azienda registrasse degli utili e diventasse redditizia, ma soprattutto fosse in grado di sostenere la crescita”.

Ricordiamo, infatti, che all’inizio di quest’anno la compagnia aveva messo le mani in avanti, sostenendo di voler raggiungere un segno positivo entro la fine del 2022 attraverso un contenimento delle spese. Contenimento che sarebbe passato per una riduzione delle fee che spettano ai driver e per un rallentamento graduale nelle assunzioni: per inciso, Uber sarebbe stata l’unica azienda della Silicon Valley a smarcarsi dalle assunzioni a seguito della contrazione di valore del suo titolo.

Le performance del trimestre precedente, infatti, ancora indicavano una perdita pari a 2.6 miliardi di dollari, dei quali 1.7 miliardi bruciata a causa di cattivi investimenti nel sudest asiatico. Nelson Chai ha tenuto a precisare, quindi, che la redditività di Uber sarà comunque soggetta “ad alti e bassi di quadrimestre in quadrimestre, per via delle numerose azioni che la compagnia ha in portafoglio”.

La travagliata storia (finanziaria) di Uber

Fino ad ora, le perdite nette di Uber sono state maggiori di quanto Wall Street avesse immaginato, ma i ricavi dell’azienda negli anni sono stati bene o male sempre in grado di scacciare le peggiori paure degli analisti. Si consideri, infatti, che a fronte di una stima approssimativa di ricavi pari a 7.37 miliardi di dollari l’anno, Uber ha portato a casa circa 8.1 miliardi di dollari, un aumento del 105% rispetto al passato.

E le percentuali non finiscono qui: con quasi 1.87 miliardi di corse all’attivo sulla piattaforma, la crescita è stata del 24% di anno in anno; con quota 122 milioni di utenti attivi, inoltre, Uber ha incassato una crescita del 6% rispetto al solo quadrimestre passato. Il tutto se non si considera Uber Eats, il ramo dell’azienda deputato al food delivery: con una performance da 2.69 miliardi di dollari, la compagnia ha guadagnato un bel 37% in più.

Nuove potenzialità di crescita

Nel complesso, insomma, i guadagni di Uber al netto degli interessi, delle tasse, del deprezzamento e delle ammortizzazioni, si attestato sui 364 milioni di dollari contro gli oltre 500 di perdita nello stesso periodo dell’anno precedente. Ovviamente, la misurazione non tiene conto di alcune variabili come la sospensione delle operazioni e i pagamenti elargiti per sostenere i driver nel periodo pandemico.

Tuttavia, il nascente ramo delle spedizioni a lungo raggio è cresciuto fino alla cifra di 1.8 miliardi di dollari: una manna dal cielo, che tra giovamento anche dalla partnership che Uber ha stretto con Waymo (una compagnia posseduta al 100% da Google) per lo sviluppo di camion a guida autonoma in larga scala. Sempre Youssef Squali: “Stanno beneficiando sicuramente della ripresa degli spostamenti e della mobilità, e questo è il loro core business. Ma anche l’industria delle consegne a lungo raggio comincia a mostrare segni di ammorbidimento”.

Comunque la si metta, al momento Uber ha tutte le carte in regola per continuare a fare bene.

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